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philidora

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ho due cani, un gatto, un pappagallo ed una sorella; frequento il Liceo Classico, non ho la più pallida idea diciò che farò all'univerità e sono molto combattuta su come impiegare ogni singolo minuto della mia esistenza; ora un po' meno... un po' abbastanza
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Il giardino di Philidora

Nicchia di personalissima follia firmata Philidora
October 07

LuvU

Rimanere attaccata allo scoglio, il suo mondo, è l'ideale dell'ostrica, non guardare altrove mai; e così, contro ogni cosa ostica, non mollo più te, il mio universo ormai.
October 06

Even if one thing's good...

If events dribble and time goes by, but nothing changes: that's when you'll cry.
September 11

Tema estivo

Finalmente ho avuto tempo e coraggio di scriverlo; eccolo, come previsto, per coronare questo giardino!!
 

Il giardino come spazio interiore

 

Il rapporto che si sviluppa tra ciò che ciascuno scinde tra “interno” ed “esterno” è piuttosto complesso e passa attraverso gli strati dell’ego, che fanno da filtro tra il mondo tangibile e quello percepito, modificandolo e proiettandone un’immagine alterata in quelli che sono il nostro animo e il cervello. Mentre “vediamo” con gli occhi, interpretando con la mente, ciò che ci circonda, nell’animo raccogliamo a livello inconscio solo alcuni degli elementi che si insinuano tra le fibre del filtro, proprio come la sabbia che scivola tra i buchi di un passino e crea sì di nuovo un piccolo cumulo, ma più ordinato e raffinato, formato da piccoli cumuletti minori che hanno poi perso la loro singola identità fondendosi. Se io ora chiudo gli occhi posso ben trovarmi in un paesaggio che non ho in realtà mai visto, ma che creo accostando particolari già noti, o elaborandone di nuovi con la fantasia. Questo non è il vero spazio interiore, perché è in un certo senso pilotato e non spontaneo, come deve invece essere quel luogo astratto dove l’anima si dovrebbe esprimere liberamente. Non si parla di spazi preferiti, di quelli che hanno sempre popolato la nostra infanzia, di quelli che più ci hanno affascinato. Intendo invece come un dipinto, che giorno dopo giorno si crea con l’aggiunta di una sola pennellata alla volta, forse di un puntino, del quale ci si accorge un giorno, più o meno terminato, e allora si può credere: “Questo l’ho fatto io”; e si avrebbe forse l’espressione più sincera di ciò che si è, quando, senza consapevolezza, creiamo qualcosa.

Non posso parlare di ciò che forse gli altri interpretano come il proprio spazio più profondo, più legato all’essenza della persona, perché ho difficoltà anche a parlare del mio. Nel momento in cui uno prova ad individuarlo, lo conosce e basta, e non c’è ragionamento, non c’è introspezione che tenga all’evidenza pura, o alla netta percezione di completezza che si ha a contatto con un reale luogo che vi assomigli. Anche così lo si scopre, ma difficile rimane parlarne. Perché se, poetando, volessimo intendere questo luogo come la prateria in cui l’animo corre libero, descriverlo, parlarne, fissarlo in un immagine, sarebbe togliere ad esso proprio quello che di più vivo ha: l’attimo del movimento, un brivido, l’evoluzione costante che si attua in esso ad ogni esperienza intangibile nel tempo e nello spazio; parlare di questo luogo, riversare questa personale esperienza al di fuori del suo spazio d’origine con troppa facilità è dannoso, proprio come esprimendo ad alta voce i pensieri si percepisce sempre un’incompletezza, un’insoddisfazione nel passaggio, la dispersione di parte del contenuto o della forma durante il cambiamento di mezzo dell’idea, dalla sostanza pensiero alla sostanza percepibile, sia essa anche inchiostro su un foglio.

Posso dire che amo i giardini; posso dire che amo l’idea che li regge, non come natura domata e ordinata, ma come insieme armonico che comprende una gran varietà di elementi, più o meno umani, destinati a crescere e alle cure di un “guardiano”. Affermare con certezza che uno di essi possa essere il luogo ideale e idealizzato dell’anima è forse però un’esagerazione. Se l’animo è da sempre in noi ed è interiore, non dovrebbe dunque essere influenzato dall’umanizzazione di ogni ambiente reale esterno, perché noi per prima cosa siamo animali (non tanto nel senso di esseri vivi dotati di anima, ma intesi piuttosto come appartenenti ad uno dei tre regni) e quindi legati prima di tutto alla natura e alla vita, solo in secondo luogo a mezzi di sussistenza quali l’ingegno o l’organizzazione sociale che porta alla modifica dell’ambiente. Consideriamo quindi tutte le infrastrutture, gli oggetti costruiti, tutto ciò che non sarebbe presente anche senza l’esistenza dell’uomo stesso qualcosa che non può fare parte dell’“habitat” fittizio dell’anima, poiché quest’ultima ne è ben svincolata nell’esistenza, da essi non dipendente. Ne ricaveremmo che dovrebbe sentirsi più a suo agio nel puro ambiente naturale, qualunque esso sia e variabile da un individuo ad un altro. Magari si manifesta nella sua felicità con il respiro profondo che sorge spontaneo raggiunta la cima di una montagna, momento in cui per un attimo tutto è bianco e si sente solo il respiro; forse nel battito di ciglia davanti al mare sconfinato, nell’istante in cui, ancora respirando, si può percepire l’aria frizzante in un punto non definito all’interno di noi, a metà di un pensiero; magari nell’istante di confusione tra i sensi, quando appoggiati ad una fredda parete di pietra ruvida lo sguardo e l’altro lato del tatto ci indicano che delle lisce sinuose fiamme stanno scaldando la pelle. Quando per un tempo non davvero descrivibile noi caliamo tutte le difese e molliamo gli appigli che chiamiamo sensi, allora –non esiste un verbo preciso per descriverlo, perché non si sente, non si percepisce, non si avverte, perché non c’è allarme, forse, sì- ci si abbandona ad una minuscola verità insita in noi.

Io credo questo perché la meraviglia che l’uomo costantemente prova davanti alla natura non è nemmeno comparabile a tutto il resto, chi l’ha provato sa bene che la constatazione di senso e di pienezza in quelle occasioni non ha un paragone efficace.

Eppure, nonostante questo mio ragionamento, sono molto attaccata al giardino come metafora ideale di anima. La differenza è minima, in effetti, ma per me molto significativa; innanzitutto si tratta di una metafora, non di quello che effettivamente sarebbe per me il “luogo” dell’anima. Secondo, e questo forse potrebbe rendere meglio il senso, negli esempi precedenti figuravo l’anima come in corsa in un paesaggio. All’interno di questa mia metafora, l’anima sarebbe il giardino stesso. Come già ho accennato, esso ha bisogno di qualcuno che se ne occupi, dando il giusto peso ad ogni particolare, facendolo crescere in modo omogeneo eppure libero, senza costringerlo o soffocarlo. Sarebbe una crescita fertile ed abbondante, quella ben organizzata, ma non corrotta, o inquinata, dalle mani altrui; in tanti racconti e fiabe il giardino misterioso è circondato da un alto muro invariabile, e contiene le meraviglie naturali più mirabili, allevate con amore dal buon giardiniere; alla fine sempre qualcuno riesce a penetrare l’incrollabile difesa, sempre senza abbatterla, vedendo finalmente il lavoro assiduo, giornaliero e gentile del giusto lavoratore. Si capisce come in questa mia idea l’anima possa ben adattarsi al giardino coltivato e fatto crescere, e allo stesso modo la parte più cosciente di noi agisce da guardiano, mentre il famoso vecchio “filtro” agisce passivamente nel permettere o no ad elementi esterni di andare ad influenzare ciò che viene custodito.

Non mi permetterei mai di pensare però che questo giardino, seppur curato, sia tanto idilliaco! Nessun giardino lo è, il custode non è perfetto, il muro ha un’altezza limitata, ha feritoie. Questo perché è giusto che l’animo non sia intoccato, troppo strutturato: perderebbe la sua misura a nostra portata. In quanto uomini, rendiamo umanizzato anche quel luogo: l’ho sempre figurato come qualcosa che il giardiniere stesso non può conoscere in ogni suo angolo, perché talmente sconfinato da non essere sempre sotto controllo. Se da una parte è stato volontariamente posto un vaso, dall’altro lato ci sarà sicuramente una pietra che disturba delle radici; se un rubinetto funziona alla perfezione, ci sarà un ristagno d’acqua nascosto che fa nascere zanzare; quando s’impianta un’altalena e la si usa, in quel momento ci saranno altri mille oggetti dimenticati in quel vasto spazio, che aspettano di essere ritrovati, risvegliando ricordi, paure, emozioni e sorrisi.

Io dico che il giardino è fatto per qualunque cosa, e questo lo rende l’ospite perfetto per l’anima, che di sua natura sappiamo essere pronta a rivolgersi in qualsiasi direzione, solo desiderandolo. Le mille possibilità di sviluppo o di decadimento, di crescita interiore e di esperienza, potrebbero facilmente essere rappresentate con rametti che si spezzano, gemme in apertura, germogli nascenti, liane fastidiose o prolifiche e magnificenti che invadono interi tratti di terreno.

Desidero ancora una volta puntualizzare che si tratta puramente di un punto di vista da cui a me piace considerare la situazione, poiché non credo di aver mai in concreto affrontato questo argomento, o, all’interno della metafora, di aver mai aperto un piccolo varco nel muro affinché da fuori si possa sbirciare su questa zona del giardino. Tuttavia in un certo senso un poco mi sono già esposta, parlando del “giardino di Philidora” all’interno di esso, non sicura di essere stata sentita. Philidora, lo scrivo qui in anteprima, è la giardiniera di questo mio angoletto privato; è ben lontana dall’essere esperta, ma fa quel che può all’interno dei suoi poteri e delle sue competenze per mandare avanti il sistema. Di certo, non è detto che entrando in un giardino chiuso per la prima volta troviate quel che vi aspettavate qualche minuto prima, considerato anche che questa aspettativa potrebbe essere ben diversa da quella passata. Senza contare che, chi lo sa, varcando mura altrui potrei io stessa scoprire l’inesistenza di un altro luogo simile al mio, ma che corrisponda piuttosto ad una spiaggia, o ad una piazza, o ad un tetto isolato da cui, pur tentando di guardare al di sotto del cornicione o oltre le nubi di vari colori, non si veda altro che cielo sconfinato.

 

July 11

Philidora, a Red and Black striped Wild Beast

Philidora: sotto questa pelliccia ci sono sempre io.
Beast: come sempre so che l'istinto, gli ideali, la paura, il gioco, la diffidenza, la settoriale abilità innata, la forza, le debolezze, scorrono forti negli occhi di ogni animale selvatico; ricordarsi la propria essenza può solo fare bene.
Wild: non è solo l'appartenenza a qualcosa di poco aggiogato: è la curiosità, la libertà, la luce interiore; rappresenta il brillìo della forza sopracitata, di quello che non è "animal", ma "beast", tutt'uno con se stesso. E' imprevedibile, è l'essenza mistica che scuote gli animi come il fulmine nell'antichità, come il terremoto ai piedi di una torre.
Striped: le strisce, segni di guerra. Il simbolo che sta succedendo qualcosa, la maschera rituale di chi crede e non crede, per chi desidera palesare agli altri e, nei momenti di debolezza, anche a sè.
Red: Ira, soprattutto. voglia di fare qualcosa, di dimostrare tutto, di non dare ragione a nessuno. Gli occhi diventano rossi in tante occasioni, la vita fiorisce da un bulbo di amarillide vermiglia, e sia l'ardore rubizzo del fuoco che la vecchia ruggine amaranto opaco sul ferro, nel mio giardino sono due passaggi circolaridella stessa alchimia.
Black: impotenza, e cecità, ma è anche il nero tumulo in cui si lasciano sentimenti, errori, progetti, tutto alle spalle. Si tratta del buio originale e finale, da cui cose nascono e in cui altre cose ritornano, un mantello tiepido in inverno e fresco d'estate, come dev'essere il buon vecchio pelo di fondo degli animali notturni, quelli a cui non cade mai.
 
Le bestie leggendarie non sono bene conosciute. Loro stesse, quando non si fanno vedere, sono sotto qualche fronda a meditare sulla loro stessa natura; in seguito a questo loro comportamento, spesso il colore del loro manto cambia, mai senza motivo, mai troppo velocemente. Sanno fare qualcosa che assomiglia molto alle fusa, ma hanno ben imparato come ringhiare, come mordere. Possono temere anche una pozzanghera, o un meteorite, o no, senza darlo a vedere, o incidendolo sulla roccia con gli artigli.
 
Più spesso, corrono, volano imperversi per i luoghi, stiracchiando per giorni i muscoli, dopo aver riflettuto troppo a lungo.
 
E se tutto questo rosso su nero è accecante, abbagliante, psichedelico, vi stanca... Forse la Wild Beast vi sta trasmettendo qualcosa di ciò che pensava.
June 03

-4 e mezzo

Eh sì, sono convinta di aver fatto bene a contare i giorni che mancavano alla fine della scuola comprendendo anche le domeniche e le feste. Meglio così che essersi illusi che questi giorni-buco sarebbero stati effettivamente di riposo, dico io. Comunque, avanti così, togliendomi ogniiorno 2 o 3 interrogazioni, per sabato avrò davvero finito... con il mio adorato greco da riservarsi per l'estate, naturalmente. In questo momento sto facendo una pausa nelle 2 ore e mezza che mi sono organizzata prima dell'interrogazione di latino, ore sediciecinquantaminutispaccati. Domani foscolo e Manzoni mi accompagneranno sorridenti in aula, uno per spalla, sussurrandomi versi e soprattutto date delle loro biografie, sapete, sono un poco egocentrici. Però sabato è finito... Per questo, auguri a tutti quelli a cui quest'anno tocca la Matura... il Leviatano innominabile, al cui pensiero quelli che ancora non l'hanno ancora affrontato tremano, mentre gli altri ridono. Quest'anno già comincio a sentirmi molto partecipe a voi, sempre più vicina anche io alla prova e alla liberazione... Io non so come farò a studiare un mese extra la prossima estate, suppongo solo che ce la farò come fanno tutti.
Poi dormirò, andrò al mare, studiarò e mi impegnerò nelle mie battaglie, come ho tanta voglia di fare, e scriverò il primo tema per il prossimo anno, già assegnato, "Il giardino dell'anima", che in questo giardino potrebbe essere una bellissima struttura per il pergolato. Direi che non posso lasciarmi sfuggire l'occasione...
Bye by Philidora!!
April 15

Election day

Cosa sono le elezioni? C’è ben di più, sotto a tutto ciò che sembra esserci, e la risposta non è immediata. Non è solo il cambio di un governo, cinque anni che cambieranno il futuro di un paese in bilico. Non è solo volantinaggio spietato, pubblicità a tappeto, iniziative pubbliche. Non è solo ideali, né solo un tentativo di imbrogliare gli elettori perché sia votato il più o meno peggio. Non ci si limita a leggere, scribacchiare, consegnare, spogliare, ricontare, inviare le schede. Non sono solo dibattiti infiniti, statistiche assurde, dati precisi. Per ognuno è qualcosa di diverso, per me oggi non è chiaro.

Prima era solo una cosa che non dipendeva da me, da osservare, pur essendo una grande influenza sul mio futuro. Poi era curiosità, era attesa, poi non ci pensavo. Ora è la coesione di un gruppo che non ha dormito notti intere, che ha fatto di tutto assieme. Si tratta di persone che hanno lavorato, tanto, perché per una volta erano davvero convinte che qualcosa si può cambiare. Che hanno litigato, si sono sostenute, difese, hanno combattuto verso l’esterno e verso l’interno, per procedere come gruppo, come unità, da rappresentanti di idee e ideali, di sogli che vanno avanti da anni e decenni, di convinzioni che avevano bisogno di una prova, che hanno trovato verifica, che continuano a bruciare e non si consumano.

Vedo un insieme coeso, che ha condiviso tutto, che ora occupa una stanza che è un mondo, un piccolo luogo chiuso collegato a tutto e a tutti solo per seguire la campagna e le conseguenze di ciò che tanto hanno perseguito in multipli notevoli di due settimane, sarebbe troppo limitativo altrimenti. Poco sonno, tanta eccitazione, stanchezza, la voglia di sapere, il timore di concludere, l’anticipazione di andare avanti. Crolli brevi, agitati, scossi all’improvviso da una nuova curiosità, poi un nuovo crollo, ma sempre assieme, diversamente da come avevano cominciato, raccogliendosi uno ad uno, creando quello che sarebbe bello fosse sempre la politica.

May be...

Ci sono giornate che nascono così, in sordina, insonnolite fino nel profondo, e man mano che gli occhi si aprono acquistano una limpidezza e un colore sempre maggiore. Così si può dormire fino alle 11 passate, per una volta, e svegliarsi senza aver fame, con una luce diffusa che lentamente rinfresca gli occhi da un lungo, profondo, obliante sonno. Un risveglio come tutti quelli che l’hanno preceduto in mesi, a malincuore, meno tranquillo, più triste, pronto ad aprirsi su chissà che giornata. Dunque, sfogliare dati quasi a caso, con il minimo lumino dell’istinto che guida le dita pigre, con la decisione che basta per pensare con convinzione, con la forza di essere fiduciosi e non esuberanti.Il nervosismo necessario per non abbuffarsi troppo, quel minimo di golosità per non muoversi a stomaco vuoto. Quell’ultima ombra di sonno arretrato, ultima solo per quel giorno, a sospingere verso il letto ancora sfatto per una meditazione ad occhi chiusi. Per una riflessione nel mondo dei sogni. E poi, solo la consapevolezza di un momento decisivo, solo quattro isolati in macchina, solo quattro passi a piedi. Solo quattro scacchiere, una vuota, quattro avversari, sette squadre, due compagni, poi quattro, uno svogliato, di nuovo tre compagni, di nuovo tre scacchiere, ancora quella consapevolezza, solo un po’ più concreta, solo un po’ più nervosa, e fiducia. E fiducia anche in sé, e le scacchiere sono due. Fiducia in uno soltanto, perché la scacchiera è una, manca mezzo punto, e il resto è nelle mani del destino. Una telefonata, un giorno terribile e neanche lo sapevo… E poi, finalmente, quel che le quattro scacchiere potevano fare, quello avevano fatto. E sorrisi, e soddisfazione, e convinzione, e dato di fatto. E, a casa, pronti solo ad aspettare il risultato di altre quattro scacchiere. E invece, le sorprese non arrivano mai come devono arrivare; in ogni caso c’è uno strano equilibrio, e si può essere solo capaci di piangere di gioia, per qualche ora. Un dizionario consultato con leggerezza, con dita tremanti, perché in realtà non se ne ha bisogno, ciò che è importante ha già avuto il suo effetto. E per equilibrio, sì, può essere giusto che non il destino, ma qualcun altro abbia deciso la sorte dei sette sbandati che non avranno quindi un buon esito. Dopotutto, la giornata potrebbe essere stata perfetta così. E, quel che era stato fatto da me, non poteva essere migliorato, solo osservato, un passo più avanti, con soddisfazione, perché era forse andata al meglio. E potrebbe sembrare un periodo strano, con minacce sul collo e poche reazioni, con lunghe serate ed elezioni. Ancora stare ad aspettare non quattro scacchiere ma lo scacchiere, e risultati che nemmeno di striscio dipendono da me, eppure, mah, sembrano così importanti e non è chiaro se possano determinare davvero qualcosa oltre al futuro di pochi. E in pochi potrebbero poi essere svegli ad una certa ora, io almeno mi ci vedo, allenata, tanto allenata che la mattina seguente alle 11 e 30 sarei la più sveglia di tutti, no? Pimball mi avrebbe già sconfitto, campo minato mi avrebbe fatto saltare già alla seconda bomba, non è colpa di nessuno se non si riesce a trovare un field più ampio, con la fortuna di un povero artigliere qualunque. Spider, non ci si prova neanche, Playchess, si sa, sarebbe un martirio senza mouse.

E torno allora alla mia passione, alla scrittura, anche se so bene che qualcuno qui troverebbe mille errori, ma io scrivo per felicità, per voglia di comunicare, perché ancora una volta ho ricevuto la conferma che anche dai periodi più orribili può nascere qualcosa di bello, perché ancora una volta la mia fiducia non è invano, perché ancora una volta sono di nuovo in carreggiata, e in parte piena di energie, in parte curiosa, del tutto combattiva, nel bene e nel male.

January 20

Music of the Night

The Phantom of the Opera: Music of the Night
 
Night time sharpens, heightens each sensation,
Darkness stirs and wakes imagination;
Silently the senses abandon their defences...

Slowly, gently, night unfurls its splendour:
Grasp it, sense it tremulous and tender...
Turn your face away from the garish light of day,
Turn your thoughts away from cold, unfeeling light,
and listen to the music of the night...

Close your eyes and surrender to your darkest dreams!
Purge your thoughts of the life you knew before!
Close your eyes,let your spirit start to soar!
And you'll live as you've never lived before.
January 03

The lights are on but nobody is in

Avevo bisogno di scrivere, così ho tagliato un po’ i miei pensieri, ho riavvolto il nastro e ho ricominciato più lentamente, da riuscire a chiarificarli. è necessario, quando il vapore dopo aver a lungo vorticato comincia a condensarsi e all’improvviso sgorga dalla fonte con energia brillante e cristallina; chi la ferma più? Difficile sapere cove andrà a finire. Così spero solo che nessuno si chieda dove voglio andare a parare, sarebbe inutile: se non lo so io, potreste solo indovinare, cosa improbabile perché seguo sentieri strani di solito. Di solito comunque il filo è abbastanza plausibile e sensato, almeno per me (anche se tuttora sono l’unica ad avere ben chiara in mente la trama che si svolge nel mio sonetto caudato “gara di marca”, nessuno che si sforzi di vederlo con un poco di fantasia).

Una fetta importante della mia testa sta rotolando a suon di falsetti di Mika attraverso le ore della notte di capodanno, per tornare all’inizio e riprendere poi a rotolare… Non la seguirò del tutto nel suo corso, si diverte tanto per conto suo che non è il caso di disturbarla. Anzi, dalla regia mi correggono e assicurano che soprattutto gioisce e si crogiola, ma per convenzione diciamo così e basta. Una persona mi ha preso un po’alla sprovvista, chiedendomi, unica, i miei propositi per l’anno nuovo. Un po’? Mi ha colto alla sprovvista e basta, con mazzata in testa e colpo dietro alle ginocchia. Perché, più ci penso, più sono sorpresa da me stessa: quanto sono cambiata?? Non riesco a trovare un serio proposito. Cioè, li ho sempre avuti! Non sto ad elencarli, preferirei proprio di no, quelli degli anni scorsi, posso assicurare che ce n’erano in abbondanza. Prima decido di vivere alla giornata, senza riuscire a carpire l’attimo, poi mi metto in testa di tornare a prendere le cose seriamente e non ho nemmeno un buon proposito? Diciamo, è normale non esprimerlo, ma nel momento in cui bisogna pensarci, sarebbe pur naturale trovarne uno, o sbaglio?

Posso forse catalogare tra i buoni propositi la triste realizzazione che ho fatto tre secondi e mezzo fa? Di rassegnarmi a chiudere quella porta che ormai è sempre più socchiusa, che per testardaggine, per orgoglio, per convinzione in me e nei miei principi non ho voluto spalancare ma su cui ho sempre lasciato un cartello, sul lato opposto, con su scritto “tirare”? Chi può intendere intenda, la mia coscienza è a pezzi, ma altrimenti ogni volta che giro lo sguardo continua a sbriciolarsi di più anche la mia fiducia in me e negli altri. È forse un buon proposito, questo, di prendere una decisione drastica per non soffrire? Prendere atto di non conoscere più e di non aspettarsi altro? A me sembra una sconfitta, anche se porta alla sopravvivenza.

E sicuramente non posso considerare un buon proposito il tentativo di ordinare alla mia mente la concentrazione, guardatela là che si rotola ancora nei ricordi di una serata fantastica… Credete, non è uno spasso tendere contemporaneamente a due direzioni opposte, questo tentativo va a catafascio senza quella coordinazione che cerco e che so di non poter avere per ora, sono solo partita per la tangente (e non inorridite, insomma, non ci sono formule matematiche qui, l’ho solo nominata!!) e l’unica cura che conosco non è che sia propriamente un “buon proposito”.

Cosa mi rimane? Direi “il solito”, e quello che sto per scrivere sembrerà un poco banale. Mi propongo di continuare e di amplificare la mia empatia, di essere ancor di più presente per gli altri, visto che qui dentro, come dire, non c’è nessuno, come una lampadina, che come ben sapete all’interno ha solo il vuoto, che splenda e illumini tutto ciò che ha attorno facendo bruciare e ardere il suo cuore di tungsteno, che per fortuna ora hanno fatto più longevo. Anche qui, è una mezza scorciatoia piazzare la cosa come buon proposito, dato che è nella mia natura nonostante un certo grado di pigrizia, quindi non mi devo poi sforzare molto per perseguire il mio obiettivo.

Un detto inglese dice appunto “the lights are on but nobody is in” per dire che uno sembra sveglio, presente e attento, invece dentro o è tonto o è preso da altre cose. Tonta, ho ancora quel bel carico di 10 tonnellate di orgoglio e mezza fiducia che mi dice di non esserla. È da molto che è su il mio cartello “back in 5 (minutes)”, sono solo un po’… distratta, ecco tutto. Giuro che è inutile prendersela con me, ci ho provato anche io a sgridarmi, ma non mi sono data retta, figurarsi a voi… beh, magari a qualcuno ancora do ascolto.

Insomma, anche se nessuno è “in” le luci devono pur sempre stare “on”, in definitiva anche lo show must go on.

A proposito, una delle cose che mi sono concessa in queste vacanze assieme alle escursioni attraverso fields di fantasia è stata una rassegna impressionante di film. Tre di Chaplin, una fabbrica di cioccolato, un giro intero di Fantaghirò, sarà il quinto della mia vita (a questo punto, o forse già da qualche punto fa, comincio ad odiarlo), Stanlio e Ollio, Star Wars, babbi natale, renne volanti e rossonasute, Enchanted [Come d’Incanto] e i Blues Brothers. Tre giorni, poi, a riascoltarmi le canzoni su cd e dischi in vinile, a cantare a squarciagola “Think” e “Everybody needs somebody to love”. Ah, dimenticavo Moulin Rouge. A che ora l’hanno fatto!! Sarà che non l’avevo mai visto intero, anzi solo qualche spezzone in inglese a scuola, ma non mi ero mai resa conto di quanto sia davvero un capolavoro. Anche l’humour qua e là, e soprattutto le canzoni famose… Come mai ricordavo solo “Diamonds are Girls’best friends”? è quasi una delle peggiori, direi. C’è anche l’inserimento di “The show must go on” e soprattutto della grande “Your Song”, indimenticabile.

Indimenticabile how wonderful life is while you’re in the world, non c’è che dire. Infatti, come ho citato tempo fa sempre su questi schermi, va bene così, senza parole.Ora permettete, dopo che l’acqua di questa fonte ha alleviato la folle lampadina, che una volta avrebbe fatto solo un “folle volo”, che io vada a riposarmi, finché domani dopo aver aperto gli occhi, torni a riaccendersi l’interruttore, e che magari nel frattempo, con queste ore di sonno, arrivi anche qualche sogno di ricarica che mi faccia stare ancora una volta col sorriso sulle labbra.Mezzaluna addormentata

December 06

Hunt

Ho scoperto che mi piace cacciare. Una corsa sfrenata, ma perfetta, senza movimenti superflui, in cui ogni singolo muscolo è teso e funzionante, in piena attività e produttivo, ogni fibra si allunga e si accorcia per compiere, nel suo, un minimo e fondamentale scatto; avere gli occhi fissi sull'obiettivo, ma non sbarrati: leggermente corrucciati, per mantenere la concentrazione e la visuale migliore, per non perdere mai traccia dell'oggetto inseguito; soprattutto, l'euforia, la sensazione da scavezzacollo che guida e mantiene unito tutto questo complesso, che cancella ogni altra cosa del mondo, che fa diventare chi corre e chi è rincorso l'intero mondo, l'intero universo e anche più; l'impressione di completezza, di gioia, di vita; di sfruttare appieno e in modo traboccante tutti i respiri concessi, tutti i secondi non più vuoti, di rendere significativo ciò che si fa.
Il dramma del cacciatore: le prede sono più di una. In direzioni diverse. Una più veloce dell'altra, scattanti, un tono di sfida nei loro occhi. La confusione subentra alla concentrazione. Chi cerca: parte nella sua folle corsa, al seguito di una di esse. Sempre più vicino, di colpo gli compare a fianco un'altra di esse, che sembra ancora più vicina della prima. Il tempo di scartare, cambiare direzione, ed ecco che questa corre più veloce e si distanzia. L'altra ormai è ancora più lontana. E via così. Ma se il cacciatore è un vero predatore, ciò non gli importa. In verità sarà confuso le prime volte, ma poi il suo istinto lo spingerà di nuovo ad isolarsi da tutto con una preda soltanto, finchè non l'avrà raggiunta o al momento non sentirà di colpo il fallimento sulle spalle stanche. Allora il fiatone, il sudore, il ricordo gli diranno che era pur sempre tempo speso per perseguire qualcosa, che aveva un senso, che è comunque fiero di se stesso.
Il trucco della caccia è che è sinonimo di felicità. Finchè si mantiene la concentrazione, la bramosia non esiste: solo la determinazione e uno scopo, un lavoro e una soddisfazione. Se la preda scappa, la delusione dura poco: se si tratta di un vero predatore, entro poco sarà già di nuovo in corsa; altrimenti, la pigra soddisfazione che porta alla noia e all'apatia, al crogiolamento e alla demotivazione, allo stesso modo sparisce, perchè ci sarà sempre un nuovo obiettivo da perseguire un poco più avanti.
La vita è una caccia, una gara di salto triplo, una partita a scacchi in cui si passa da piccolo obiettivo a grande idea, una lotta impari, perchè il cacciatore è sempre quello con più probabilità di vincere. E' una danza sfrenata, a suon di musica battente e tonante, che prende orecchie, occhi, anima e cuore, è l'emozione del momento, è superare le vittorie più che le sconfitte. E ogni cacciatore sa soltanto correre, con il suo ritmo, e deve solo scegliere la sua preda del momento. Perchè la perfezione sta proprio in quel momento passato a correre e nel momento futuro di inseguimento che pulsa di sola energia e amore per la vita.
 
Perdonatemi, non mi sono fatta sentire per molto tempo.
Chiedo scusa, era a caccia.
Torno tra un po'.
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Buona passeggiata in questo giardino poco verde ma rigoglioso!!! sempre in fase di miglioramento, vedrete spuntare qua e là ogni tanto nuovi germogli. Ne potrebbero uscire, a momenti, anche erbacce o cactus... Magari oggi è il giorno in cui avrete l'onore di inciampare in qualche amaca dimenticata o su un osso nascosto lì molto tempo fa da un cane parsimonioso... improbabile, ma chi lo sa! Perchè un giardino è fatto anche di questo, di cianfrusaglie e di sorprese inaspettate... Enjoy!!